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Il mulino Mambretti tra passato e futuro

L’aria è tersa, come spesso accade nelle tiepide e luminose giornate di fine ottobre.
Roberta è già arrivata; con lei due dei suoi fratelli, Francesco e Vittorio: hanno le felpe bianche di farina, le mani da lavoratori e lo sguardo buono del loro padre.

Il mulino Mambretti è una costruzione umile e solida, come lo era l’Italia contadina che vuole contribuire a preservare. Sorge in località Castanelli, non troppo lontano dalla piazza del municipio di Carlazzo, presso una via – dei mulini, appunto – che ricorda come l’attività di macinazione della farina un tempo fosse notevolmente radicata nei territori delle nostre montagne, tanto da essere uno delle poche ancore di sopravvivenza di quelle genti abituate ad anteporre i valori ai beni personali.

Sul finire dell’Ottocento e poi ancora nel 1911 – in un’alluvione così tremenda da trascinare nel Ceresio una locomotiva della cremagliera Menaggio-Porlezza – le violente esondazioni del torrente Cuccio provocarono la distruzione di tutti i mulini – alcuni dei quali risalenti al XVII secolo – che sfruttavano la sua acqua (nella sola Carlazzo se ne contavano almeno tre).
Amadio Mambretti detto Madìo non si perse però d’animo e ricostruì il mulino di famiglia più lontano dal letto del torrente, recuperando dai resti di quelle costruzioni che la furia dell’acqua non aveva distrutto.

Il meccanismo idraulico-meccanico – di una solidità che oggi può apparire sorprendente, ma che allora era nella normalità delle cose fatte bene – nei decenni seguenti è stato mantenuto funzionante dal figlio di Amadio, Vittore “Lilin”, finché egli ebbe novantadue anni (uno in più di suo padre quando smise), e poi dal figlio di questi Annibale, la cui passione traspare evidente dai ricordi dei suoi figli.
Annibale è mancato pochi mesi fa, a maggio, stroncato da un malore durante una consegna di farina in val d’Intelvi. Da qualche anno era in pensione – era nella Polizia Municipale di Porlezza –, ma non aveva certo smesso di portare avanti il mulino; anzi. Io di lui ho un ricordo particolare, ma penso comune a molti, perché lui era quel Mambretti – il nome lo avrei scoperto anni dopo – alla guida del pulmino giallo che accompagnava a scuola i bambini dei paesi intorno a Porlezza.

Oggi sono i figli di Annibale – Francesco, Vittorio, Stefano e Simone, frontalieri in Svizzera, e le sorelle Grazia e Roberta – che, nel tempo libero, portano avanti l’attività di famiglia (che non si limita alla produzione di farina, giacché – grazie proprio all’entusiasmo di Annibale – il mulino è meta di visite guidate e sede di attività didattiche volte a riscoprire il patrimonio culturale del territorio).

Francesco e Vittorio ci mostrano come avviene la macinazione del grano, che spesso è quello ottenuto dalla produzione di piccoli coltivatori locali; apprendiamo come la farina di granturco abbia parecchio mercato nelle vali cresciute a polenta intorno a Porlezza, mentre quella di grano saraceno è apprezzata soprattutto in Valtellina, dove è ingrediente essenziale della tradizione culinaria.

Le spiegazioni dei due fratelli sono puntuali e concise: traspare la competenza e, mi par di vederlo, l’orgoglio di portare avanti la vita e la passione delle generazioni passate della loro famiglia. Con non pochi riconoscimenti: in occasione della recente mostra zootecnica di Porlezza, per citare l’ultimo in ordine di tempo, il mulino Mambretti è stato premiato da Alessandro Fermi, sottosegretario alla Regione Lombardia, per i suoi centocinque anni di attività.

Non sono pochi, centocinque anni, per dei macchinari. Per continuare a funzionare come un orologio, il mulino deve essere sottoposto a un’attenta manutenzione. In questo senso, la famiglia Mambretti deve tanto a Mario Maggi, il quale ha recuperato i pezzi d’epoca che ha potuto e ricostruito fedelmente quel che proprio non s’è più trovato, così da permettere a quelle macine di fare ancora il proprio dovere.

Le tramogge continuano a basculare, senza badare a noi, ai cani che fuori abbaiano o agli anni che passano. Usciamo e ci avviciniamo al torrente, pochi metri più a monte; guardiamo il Cuccio scorrere placido verso il lago. Le macine del mulino Mambretti – le sentiamo attraverso la porta aperta – non smettono di cantare.

Ha gli occhi lucidi, Roberta. Ripensa all’ultima consegna di suo padre – «è morto facendo quello che amava di più», ci dice commossa. Poi guarda i fratelli, e sorride.

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Redattore – Associazioni, Cultura & Attività Commerciali
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