La Dieta Alpina

Parlare di cibo è parlare di identità, di memoria, di tradizioni. Parlare di cibo è raccontare la storia di una terra, le mani segnate che l’accarezzano e lo sguardo sapiente di chi al suo destino è intrinsecamente connesso.

Parlare di dieta alpina è parlare di un legame viscerale che unisce la montagna “matrigna”, aspra, impervia, ruvida, alle vite di chi le appartengono. Vite che si sono amalgamate con le asperità aguzze di valli e costoni e che si muovono in sincronia con il tempo della natura, che qui diventa genitrice e nutrice. Il cibo delle montagne racconta storie di sudore, di tempi senza luce, di solitudine anche: è frugale, semplice, poco elegante. È sopravvivenza.

Un patrimonio immateriale che verrà presto riconosciuto come tale dall’UNESCO, come per la dieta mediterranea. Perché porta con sé le storie dei nostri nonni, il loro modo di vivere, l’essenzialità delle piccole cose, l’amore per la montagna e il grazie che ad essa ogni giorno si rivolge per essere benevola, per essere una buona madre. La dieta alpina è storia di una parte di questa Italia meravigliosa, è storia dei nostri luoghi.

Una storia di forte autonomia territoriale, che àncora la forma dell’uomo a quella delle sue montagne. Ogni territorio racconta in modo diverso il modo di rapportarsi a madre terra e vivere dei suoi frutti, ma la montagna è montagna, le vite raminghe che ne sono parte creano una sorta di identità condivisa che accomuna l’Italia da est a ovest.

Sabato 19 maggio, durante la proiezione dell’anteprima del documentario “Pane di Vento” di Luigi Ceccarelli,  ho sentito la voce di mia nonna, mi sono ricordata delle borsette di castagne che ogni anno mio nonno mi regalava, l’odore delle caldarroste sulla stufa, la polenta della domenica, la minestra delle sere d’inverno che pregustava la matuscia del giorno dopo. I tempi dell’orto, delle mucche della Renata, dell’odore delle stalle, delle mani ruvide e nodose di chi la terra la viveva ogni giorno. Un romano ha saputo raccontare le nostre storie come se fosse parte di esse.

L’amore per la montagna è stato al centro dell’evento di sabato promosso dal Gruppo Folcloristico della Val Cavargna: un pomeriggio dove la dieta alpina è stata raccontata dal documentario di Ceccarelli e dal libro omonimo scritto dal prof. Michele Corti in collaborazione con Antonio Carminati. Ma sono intervenuti persone, storie e territori diversi. Un momento di confronto e di incontro, di profonda comunione e senso di appartenenza. La montagna la si sente nel sangue, le si appartiene in modo quasi carnale. Un legame che non sta svanendo, anzi, c’è un ritorno nelle nuove generazioni agli antichi sapori e percorsi dei padri, un ritorno alla ruralità dell’esistenza in contrapposizione alla civiltà industrializzata, un ritorno all’assecondare i tempi della natura invece che violentarla.

I nostri luoghi hanno tanto da raccontare, hanno tanta memoria che non deve e non può essere dimenticata. Coltivarla per poter essere consapevoli delle proprie origini, del proprio sangue e della propria terra, senza lasciarla impolverare nei libri, ma rendendola materia condivisa di storia di popoli e identità.

Redazione

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