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Carnevale di Schignano: che magia…e quanta preparazione!

Un mascarun di spalle dinanzi ai due Sapeur ed alla Sigurtà

Storia, magia, mistero, euforia, tradizione: questi gli ingredienti che animano le maschere del Carnevale di Schignano, un folklore unico quanto originale che rivive nel piccolo borgo intelvese tutti gli anni dal 5 gennaio al martedì grasso, da tempo immemorabile. E si vive solo lì.

Già l’unicità dei personaggi mascherati, la loro storia, le maschere lignee che celano i volti di Bej e Brutt (le due maschere principali protagoniste della festa) valgono una visita nei giorni delle sfilate… e qualcosa di più, poiché il folklore schignanese non è fatto solo per essere ammirato, ma andrebbe vissuto e assaporato in prima persona, anche durante i preparativi dei costumi o nel corso dell’intaglio delle maschere. Perché l’atmosfera che gli schignanesi riescono a creare da secoli, anno dopo anno, in modo del tutto spontaneo ed estemporaneo è qualcosa che non si può solo raccontare, ma va annusata, assaporata, ascoltata: talvolta incomprensibile, talvolta scanzonata, in certi momenti ai limiti dell’intollerabile.

Per chi non avesse ancora avuto la fortuna di prendervi parte, si può cercare di dire cosa non è il Carnevale di Schignano: non è una sfilata ordinata di maschere, non è un rituale preconfezionato, non è un ballo collettivo. Va davvero oltre. Ci sono due maschere principali: i Belli ed i Brutti, metafora del ricco e del povero, dell’emigrante che ha fatto fortuna, il primo, e di chi, invece, dalla vita ha ricevuto poco, il secondo. Il Bello ostenta un panciotto enorme riccamente decorato, un coloratissimo cappello fiorato e cammina fiero, tronfio: tutta la sua figura trasuda opulenza, scopo del suo incedere è il farsi rimirare, le sue quattro preziose campane bronzee ne accompagnano festoso il passo fiero. Al contrario, il povero Brut ne è il negativo, in bianco e nero: sporco, poveramente vestito, una tuta asimmetrica, alcune campane stonate, un incedere sgraziato, dapprima di corsa, poi, improvvisamente, spento, sfinito. È la rappresentazione delle ingiustizie della vita, che dà e che toglie. È il contadino, l’artigiano, il manovale, l’emigrante sfortunato.

Di fatto è la festa di un intero paese che mette in piazza la propria storia, attraverso i personaggi mascherati: nasce dall’amore per le proprie origini e per le storie d’emigrazione che in tempi non troppo remoti cadenzavano i riti invernali. Si parla di poco più di un secolo e mezzo fa, quando gli uomini partivano in cerca di lavoro e di fortuna, per terre lontane: spesso verso la Svizzera, la Francia, la Mitteleuropa. Più raramente, andavano Oltreoceano, (sebbene addirittura uno schignanese, tal Giuseppe Peduzzi, sia morto nella tragedia del Titanic). Quindi, il periodo migratorio, con gli uomini a casa, era cadenzato in mesi ben precisi: gli uomini rientravano in paese nei mesi invernali, tradizionalmente dal 30 novembre, tempo del rientro per il riposo invernale, (“Sant’Andrea, boia i can, torna a cà tucc i maestrann” – a Sant’Andrea abbaiano i cani e tornano a casa tutte le maestranze) fino al 19 marzo, san Giuseppe, momento della ripartenza. Nei mesi freddi, c’era tempo per preparare le feste ed organizzarle: per questo la gran parte delle festività religiose dedicate alla Madonna, ancor oggi, sono concentrate nei mesi invernali nella nostra zona. E chissà quanti altri riti sono andati perduti nei paesi limitrofi delle nostre Valli, che sicuramente vivevano nei rigidi mesi invernali, a causa dello stesso fenomeno. Sarà che Schignano è dislocato in una convalle a sé, sarà che “cù da Schignan….” (sottinteso, sono proprio strani), le tradizioni non solo sono sopravvissute, ma sono vive ancora nel cuore dei più giovani. Ebbene sì, perché organizzare in modo del tutto spontaneo prima la Vegéta (è la festa dei coscritti che va dall’8 dicembre al 5 gennaio) e poi tuffarsi in pieno carnevale per oltre un mese, richiede impegno, fatica tempo ed energia. Oltre che abilità manuali e sartoriali, e perché no? Un pizzico di fantasia.

Un povero Brutt a terra, sfinito

Ci sono ben 40 ore per l’intaglio manuale di una maschera lignea, dietro le maschere lignee, intagliate a mano in radica di noce, da abili intagliatori che si tramandano l’arte di padre in figlio, ci sono uomini e donne che amano la propria storia e la rivivono ogni anno, sempre nuova e pur fedele a se stessa da oltre due – forse tre – secoli, nel corso delle due giornate di festa, il sabato ed il martedì grasso secondo il rito romano. Ma il carnevale a Schignano è anarchia, libertà d’espressione (pur nei clichè dei personaggi originali), e dal 5 gennaio, notte è festa. Una festa che gli schignanesi mettono in scena in primis per se stessi, come legame profondo alle proprie radici, narrando e rivivendo la propria storia: il Carnevale di Schignano è un teatro di piazza originale e coinvolgente. Le maschere sono davvero frutto di scelta spontanea e privata da parte di chi vuole indossarle e soprattutto “sente” di volersi mascherare, di voler interpretare l’uno o l’altro personaggio; c’è solo una minima organizzazione per accordarsi sui due Sapeur che devono essere originari della frazione Perla – i due personaggi immoti, quasi pietrificati, dal viso annerito ed interamente ricoperti di pelle di pecora, ascia in spalla e borraccia a tracolla che aprono le sfilate, come le guardie degli eserciti napoleonici – insieme al saggio del paese, la Sigurtà, un tempo garante della sicurezza e tutore dell’ordine (nonché l’unico ad avere il diritto di conoscere l’identità dei personaggi mascherati).

Per il resto, è davvero un rito di gruppo, definito, a ragione, “museo etnografico vivente”. Le figure mascherate corrono qua e là e spuntano da ogni dove e, – per chi se ne lascia coinvolgere, avvicinare e trascinare – sono un folklore che non può lasciare indifferente il semplice spettatore. La maschera che paradossalmente potrebbe dividere, intimorire o allontanare, funge invece da mezzo liberatorio, per avvicinare anche lo sconosciuto, per abbracciarlo, per scherzarci – nel bene e nel male – ed interagire con gli sconosciuti, superando (spesso sfondando), la fatidica barriera fisica dei 30 cm di distanza che solitamente separa amici e conoscenti. Certo, perché le maschere a Schignano non hanno limiti, abbracciano, si avvicinano, ostentano e violano il confine che separa il pubblico dal personaggio mascherato, al punto che il pubblico – che sia una bella ragazza da corteggiare, un fotografo a cui rubare l’obiettivo od un semplice curioso da sbeffeggiare, -diventa parte viva ed integrante dello spettacolo che viene messo in scena nelle vie e nelle piazze ogni anno, il sabato ed il martedì grasso, dall’alba al tramonto. Ma il carnevale degli schignanesi, nasce in primis per gli schignanesi stessi, e si può assaporare anche festeggiandolo in pochi, sotto la neve, quando di gente ne arriva poca, e l’evento torna ad essere un’intima storia di paese (perché anche se nevicasse, grandinasse o piovesse manna, il Carnevale non si rimanderebbe mai)! E che dire della Ciocia, unico personaggio parlante del carnevale?

Belli e Brutti si raccontano attraverso gesti, costume, maschera, e suono delle campane, tutt’altro che muti; a parlare davvero, invece, è solo la Ciocia, moglie-serva di un ricco Bel (o Mascarun) strattonata dal marito-padrone legata ad una corda, emblema della condizione servile della donna schignanese di un tempo; la Ciocia nello stretto dialetto locale, in maniera comica e gesticolando teatralmente, narra e denuncia le angherie subite dal ricco marito-padrone che sperpera il denaro, costringendola solo a far figli e a lavorare: non c’è un copione, ma un canovaccio – mai scritto- da seguire a soggetto. Non è facile e non è da tutti impersonare la simpatica e petulante donna in continua lamentela, degna erede di quelle baruffe chiozzotte di goldoniana memoria e di un teatro dell’arte che probabilmente risiede in qualche particella del DNA schignanese! La commedia esplode tra musica e campane (quattro, bronzee, cinte in vita ai Belli, in numero variabile da 4 a 8 le stonate cioche metalliche, spesso enormi, che corredano il costume dei Brut), tra una marcetta e una “munfrina” suonate dalla locale bandella, la Fughéta, in un crescendo di festa e di attesa… nelle sfilate del sabato e del martedì, e fluisce nell’aria del tardo pomeriggio del martedì grasso, quando la magia dell’attesa del corteo del Carlisép aleggia sulle maschere e nelle piazze. Il Zep (o Carlisep, appunto) è il personaggio che impersona la festa stessa. Il fantoccio è stato appeso per tutto il periodo di carnevale ad un terrazzo in piazza san Giovanni, palcoscenico e punto di incontro di tutto il folklore, e lì torna dopo la sfilata al termine di una processione in cui medici e presunte guardie si sono affollate attorno al suo capezzale, disteso su una scala a pioli a mo’ di barella. Il condannato a morte, ormai giunto alla fine, d’un guizzo, si alza e, correndo, cerca di farsi largo tra la folla, tentando la fuga, inseguito da guardie e dottori.

Il Carlisep sdraiato sulla scala a pioli (nel fantoccio c’è un ragazzo vero) in processione il pomeriggio del martedì grasso

Riacciuffato, dopo ben tre tentativi di fuga, viene abilmente ri-sostituito col fantoccio-sosia e provvisoriamente portato nel salone dove la sera sarà ancora musica e festa, fino a mezzanotte, quando scoccherà l’ora del Zep (vezzeggiativo di quel “Carlisép”, che un po’ richiama Carlo Giuseppe, o forse sbeffeggia quel Francesco Giuseppe di asburgica memoria e dominazione). Portato in processione fra scampanii e lacrime, alla flebile luce delle stelle, sulle note della marcia funebre, si compie l’ineluttabile rito della sua condanna a morte: attorno al rogo del Carlisép, danzano le maschere, felici i Brutt e piangenti i Bej, si dispera la Ciocia. All’impietoso rintocco della campana della chiesa di San Giovanni Battista, a mezzanotte in punto, si silenziano le campane delle maschere, si spegne il falò, e in fretta si chiude la festa e ci si ricompone: è già Quaresima, e la memoria non va sporcata con il laico e festoso cicaleccio del Carnevale ormai concluso. Ed è nelle ceneri del Carlisép che si chiude ogni edizione di una festa antica, le cui lacrime finali un tempo erano il vero addio dei migranti che di lì a poco avrebbero davvero salutato non solo la festa, ma il proprio paese, le famiglie ed i figli, per andare a lavorare ed a cercar fortuna lontano, col timore di un ritorno con una valigia sfondata, come quella dei Brutt e con la speranza di un ritorno festoso e fastoso con ori e colori dei Bej. Con l’incertezza, comunque di un ritorno, alle pendici dell’amato Sasso di Gordona, e con la voglia, e la speranza nel cuore, di poter tornare nella natia Schignano, un altro anno ancora, per festeggiare un altro Carnevale.

Intervista ad ETV con il mascheraio Pierelzo Lanfranconi: https://www.youtube.com/watch?v=-8wxJyKRF_U

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Redattore - Associazioni, Cultura e Valli. Scrivi una mail a stefania.pedrazzani@lavocedelceresio.it

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